Oggi ho visto una bicicletta viola.
L’ho incontrata in un
mercatino dell’usato, qui in paese ne fanno spesso, ed una volta al
mese, sempre di domenica come oggi, lo fanno proprio lungo la strada
che passa davanti a casa mia. Ed io li visito spesso questi mercatini
quando il tempo lo permette, anche se non compro quasi mai nulla. Mi
piace moltissimo girare tra quelle vecchie cose che hanno il profumo
della mia infanzia o di quella dei miei nonni e, di conseguenza, le
mie vacanze di un tempo. Ed oggi ho visto una bicicletta viola. Era
proprio la classica bicicletta da passeggio, di quelle che una volta
erano chiamate “femminili” perchè non avevano la sbarra
orizzontale tra il sellino ed il manubrio. Era vecchia, senza
rapporti, senza alcuna delle diavolerie che oggi sono ormai diventate
quasi uno standard, non aveva nemmeno il fanalino, nonostante la
dinamo e tutto l’impianto presente lasciasse intendere che lo
avesse avuto in qualche tempo, probabilmente molto tempo fa, e chissà
se avrebbe mai più potuto funzionare una volta rimesso al suo posto.
E stava lì, tra altre quattro o cinque biciclette di differenti
misure in bella mostra, mentre poco più in là su uno scassatissimo
furgoncino a tre ruote ce n’erano ancora almeno una decina a mo’
di deposito in attesa di compratori. Anche la marca, A. è stata, se
non lo è ancora, ma non me ne intendo abbastanza per poterlo
affermare con sicurezza, una tra le più antiche ed anche blasonate.
Probabilmente doveva essere a scatto variabile, di quelle che puoi
smettere di pedalare e lei continua a portarti finché l’inerzia
non abbia avuto ragione del moto, a differenza di quelle a scatto
fisso che se smetti di pedalare si fermano all’istante e che
frenano non dalle leve poste sui manubri, ma dando una mezza
contro-pedalata. Ah, a proposito, c'era, quello sì, il campanello,
di quelli di una volta, tutto di metallo mezzo arrugginito con la
levetta laterale. Le ruote invece, come mi spiegò poi il venditore,
erano “da 24”. Ventiquattro cosa non sono riuscito a capirlo
visto che il diametro, misurandolo in centimetri, era per lo meno del
doppio, ma tant’è: accanto ce n’era una rossa da “26” e
subito dopo una grigia da “20” e si vedeva chiaramente che erano
comunque di misure differenti.
Il mercante chiedeva una certa
cifra, abbastanza irrisoria e tuttavia trattabile e si era formato,
proprio mentre ero lì fermo a fissarla, un piccolo capannello di
anziani del posto che cercavano di tirar sul prezzo e si prendevano
in giro tra loro. Uno di loro ha chiesto di provarla ed allora lui ha
raccontato di come, nel capoluogo, con lo stesso sistema, poco tempo
prima un’altra bicicletta avesse preso il volo e non fosse più
tornata indietro, ed il potenziale acquirente con lei. Ma lo
raccontava sorridendo, non era questo il caso, e il nonnino ha potuto
farci un giro di prova, sul sagrato della chiesa lì alle spalle, tra
i lazzi dei suoi coetanei. Ovviamente alla fine non se ne è fatto
nulla, il potenziale cliente ha dichiarato di averne altre due in
garage e si è allontanato con i suoi amici, felice di
quell’improvvisato giro in giostra gratis. Tutto qui, ma il
venditore non ha dato mostra di essersene risentito, sarà
probabilmente abituato a questo tipo di clienti, girando per
mercatini del genere nei giorni di festa.
Cosa mi ha tenuto lì a
fissare quel vecchio catenaccio con tanto interesse, direi quasi con
affetto, per tutto quel tempo? Ad aver avuto i soldi l’avrei
comprata, ecco perché esco sempre senza contanti, comprerei di
tutto, ed invece mi porto appresso solo quanto basta per offrire un
eventuale caffè o una birra ad uno dei miei pochissimi amici, magari
incontrato per caso. Eppure lei, la mia
bicicletta viola, l’avrei davvero comprata. Sì, ma perché? Non ho
mai avuto nulla di simile. Le mie attuali biciclette sono due, una da
strada vecchia esattamente come quella lì, ma nera e molto meglio
tenuta, ed una “mountain bike” blu che non uso quasi mai perché
detesto star lì a scendere, metter su i guanti di lattice usa e
getta e risistemare la catena che scappa via ad ogni cambio di
marcia, e che per di più è dotata di un sellino assurdo, progettato
da qualche inquisitore del XIII secolo e da destinarsi sicuramente
alle torture. Assolutamente scomodo. Una nera e l'altra blu ti
dicevo, proprio così, colori che nessuno si volta a guardare per
strada, credimi. E così sono state quasi sempre anche tutte le altre
mie biciclette, anche quelle che ho avuto da bambino; ne ricordo solo
una arancione, la mia seconda in assoluto, ma era una specie di
chopper a pedali, tra noi la chiamavamo “bicicross”, e comunque
erano i coloratissimi anni 70 e tutto era sgargiante, anche le
automobili, figuriamoci i giocattoli. Anzi, mi è rimasto qualcosa in
più, oltre al ricordo, sia di quella bicicletta arancione che di
un'altra ancora, blu anche lei. Adesso ti racconto.
Ho qui a casa una cassetta
piena zeppa di filmini in formato super-8, attendibilissimi testimoni
di alcuni momenti della mia infanzia. In uno di questi, mio fratello
ed io, allora piccolissimi, pedaliamo felici nella corte della villa
dove, all'epoca e per molti anni successivamente, usavamo trascorrere
le vacanze estive. Io sono in sella al mio “bicicross” arancione
mentre lui è su una “Graziella” blu. Te la ricordi, vero, la
“Graziella”? E' quella con le ruote piccole ed il sellino molto
alto, che può essere piegata in due parti semplicemente sganciando
un fermo posto a metà del telaio. Ancora oggi se ne vedono
tantissime in giro, soprattutto nei paesi come questo. Quella del
filmino era una bicicletta minuscola, ovviamente, con in sella un
bimbo in pantaloni corti, che correva come un forsennato, rosso in
viso, l'espressione felice oltre ogni dire. Avrà avuto tre o quattro
anni, non di più, io qualcuno in più ma non poi tanti, e si agitava
in modo frenetico per non fermarsi. Sì, perché anche quella
“Graziella” era una bicicletta a “scatto fisso”, ricordi la
differenza? e non potevi smettere di pedalare un istante, pena
terribili contusioni alle caviglie. E correvamo felici mentre nostro
padre ci riprendeva con la cinepresa e simulava una specie di
telecronaca con i nomi dei ciclisti di allora...
La cinepresa. Ce l'ho ancora.
Funzionante. Una volta o l'altra te ne parlerò e ti racconterò
anche delle macchine fotografiche, del proiettore, delle macchine da
cucire a pedale, dei giocattoli della mia mamma, dei libri di scuola
di mio papà, dei dischi a 16 e 78 giri di mia nonna e di tutti gli
altri oggetti, tazze, tazzine, posate, caraffe, cristalli, stemmi,
sigilli, arazzi, drappi e corredi e libri, tanti, tantissimi libri di
ogni epoca e tuttavia senza tempo, che ho raccolto nel corso degli
anni, tutti in perfette condizioni e altrettanto perfettamente
conservati. Ho perfino una certa quantità di abiti, scarpe ed
accessori che hanno attraversato letteralmente secoli, mode e
rivoluzioni, culturali e non, e che, in virtù della loro qualità -
è quasi tutta roba di sartoria – potrei addirittura continuare in
molti casi ad indossare io stesso, seppure con una discreta dose di
eccentricità, in ragione del fatto che la mia taglia è
evidentemente la stessa dei miei antenati. E continuo a raccogliere,
collezionare e custodire con amore queste cose, tutte, che
appartengono alla mia famiglia da generazioni, con lo stesso spirito
con cui, all'imbrunire, spesso ancora preferisco illuminare gli
ambienti rigorosamente con candele e lampade ad olio - un'atmosfera
stupenda - instancabile come un bibliotecario, attento come un
custode, fedele come un guardiano.
Una specie di fantasma del
castello insomma. E magari lo sono davvero e non me ne sono ancora
accorto.
Certo, ci vuole una casa
adeguata per ospitare questo bric à brac gentilizio, sia come
dimensioni che come struttura, una dimora antica che possa accogliere
queste stanze delle memorie senza stonare, senza interferire con la
vita di tutti i giorni ed anzi, conservando sempre nuovi spazi a
nuovi ricordi da catalogare insieme ai vecchi, e da continuare a far
vivere nell'uso quotidiano. Perchè loro vogliono che tu li usi. Se
per caso smettessi di farlo, se ne accorgerebbero, e si lascerebbero
lentamente morire di crepacuore… Ma io questa casa ce l'ho e ci
abito da tanto di quel tempo che non potrei immaginare alcun altro
posto in cui vivere o morire. Una casa fatta di stanze ampie,
soffitti a volta, rimesse, cantine, lavanderie e stanze segrete
nascoste da pannelli e botole, immediatamente riadattabili e
trasformabili in locali “a tema” come in un bellissimo ed
affascinante gioco di ruolo le cui regole siano state dettate dalla
più consolidata delle tradizioni. Una casa tale che qualche amico,
nonostante la nostra frequentazione, ancora oggi fatica a trovare
l'uscita da solo dopo esserci salutati, una casa tale che una volta
mi è capitato di trovare una persona che dopo più di mezz'ora
cercava invano di aprire il portone d'ingresso per uscire, imprecando
sottovoce… E si trattava di un Diacono! Un gioco di ruolo sì, ma
assolutamente reale. Le cose come ti dicevo, hanno una loro vita,
basta saperle ascoltare e te ne raccontano di storie! Non buttarle
via mai, sarebbe un vero peccato perché esse sono l'estrema difesa,
l'ultima testimonianza attendibile di ciò che è stato e che può
continuare ad essere solo a causa loro, per merito loro. Mettile in
cantina, regalale a qualcuno che le sappia amare ma non buttarle via.
Mai.
Oltre al valore antiquario che
potranno avere un domani, ed i tuoi eredi mi ringrazierebbero credo,
per avertelo fatto presente. Ma questa è un'altra storia, più
triste se vuoi, anche perché quasi inevitabile, e comunque stiamo
divagando.
Oggi ho visto una bicicletta
viola in un mercatino dell’usato, qui in paese. Ad aver avuto i
soldi l’avrei comprata, perché? Cosa mi ha tenuto lì a fissare
quel vecchio catenaccio con tanto interesse, direi quasi con affetto,
per tutto quel tempo?
Adesso lo so. E, se mi hai
seguito fin qui, lo sai anche tu.
P.S.
Se il mercante citato a
proposito della bicicletta viola o i notai che verranno interpellati,
ahimè, per stendere testamenti a proposito di collezioni di
antiquariato a favore dei legittimi eredi ravvedessero in questo mio
scritto un loro vantaggio derivato da pubblicità gratuita alle Loro
attività, potranno ragionevolmente prendere contatto in privato con
il sottoscritto, al fine di definire le spettanze dovute per il
servizio reso. In tal caso, le Signorie Loro saranno messe in tempi
brevissimi in contatto con il mio agente letterario per la
definizione dei dettagli.
A.N.
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