Take off

 Finalmente, al piccolo trotto, il vagoncino inizia sbuffando la sua breve corsa. Poco più di cinquanta chilometri, poco meno di un’ora, a velocità ridotta e inframmezzata da frequenti fermate, come é giusto che sia per una vetturetta diesel con tre o quattro decadi di onorato servizio in questa linea destinata al servizio locale. Come una di quelle signore giunte ormai alla soglia della pensione che si incontrano spesso dietro il cristallo di qualunque sportello negli uffici pubblici, cordiali, sempre ordinate e a modo loro sempre eleganti, piene di una serena dignità, come delle affettuose maestre che cerchino di mascherare sotto un’espressione severa la tenerezza di dover proteggere i piccoli allievi dalle insidie delle “ha” con l’acca e delle “è” con l’accento. Particolare curioso, sono anche quasi sempre sovrappeso, non moltissimo per carità, giusto quel tanto che basti a conferire loro un che di materno.
Ecco, il mio treno di stamattina é così, rassicurante, mentre mi racconta storie di campi desolati, piccoli appezzamenti coltivati a cereali, alberi di ulivo, vigne e cittadine di diecimila anime, di tanto in tanto, dai finestrini. Oggi il mio vagone sembra vuoto, siamo solo in due, io e una ragazza che ho trovato già qui quando sono salito. Una persona normale, potrebbe avere venticinque o trent’anni, le ho rivolto uno sguardo distratto mentre cercavo il mio angolo preferito, spalle alla paratia divisoria, sguardo rivolto verso la direzione di marcia, vicino al finestrino, aperto, ovviamente. E’ il posto migliore, credetemi, l’unico che ti permetta di prendere aria quando vuoi senza infastidire gli altri viaggiatori.
La ragazza sembra stia studiando, nel frattempo; ha dei fogli davanti a sé, mormora qualcosa a bassa voce, come se stesse ripetendo una lezione; starà andando all’università? Ogni tanto si interrompe e mi guarda attraverso la doppia file di sedili che ci separano; forse é incuriosita dal vedermi scrivere su un taccuino, forse le sembrerò uno dei suoi professori. Comunque sia, appena alzo gli occhi torna immediatamente alle sue carte, misteri della timidezza o solo ipocrisia da buona educazione. La guardo: non é bella ma neanche brutta, normale direi; è vestita decisamente male, quando sono salito mi era sembrata abbastanza grassa ma adesso che ho avuto modo di osservarla meglio, vedo che, pur non essendo magra, è una specie di poncho che indossa a farla apparire molto più ingombrante di quanto non sia. Se glielo facessi notare le avrei fatto un favore, tuttavia mi odierebbe, ne sono sicuro.
Una volta a destinazione mi aspetta un altro brevissimo tratto in metropolitana, destinazione aeroporto. La valigetta leggerissima – non ho esigenze particolari, sono abituato a viaggiare ed a farmi bastare l’indispensabile – in una mano, ed il piccolo trolley al mio fianco, non mi impediscono affatto i movimenti ed ecco, adesso che ci sono riesco benissimo a mantenere un equilibrio perfetto nonostante sia in piedi nel nuovo, pulitissimo vagone che sfreccia al di sotto del livello stradale, infischiandosene del traffico urlante sopra di noi. Da uno squillo prolungato dello smartphone, scopro che il mio volo partirà con un’ora e mezzo di ritardo: un po’ mi irrita scoprire ogni volta che il blackberry mi segue come un’ombra ed è a conoscenza di tutti i miei spostamenti, viaggi eccetera, ma poi mi accorgo che in definitiva non mi interessa affatto che il mondo sappia dove sia o cosa stia facendo in quel preciso momento, di essere “tracciato” come si dice oggi, insomma; magari un giorno o l’altro potrebbe tornarmi addirittura utile il poter essere localizzato con tanta facilità. Metti che mi rapiscano, o che finisca sotto un cumulo di macerie dopo un attentato: di questi tempi peraltro mi pare fin troppo possibile questa cosa. E comunque ho come l’impressione che il mito della privacy sia uno specchietto per le allodole e serva a deviare l’attenzione da ben altri tipi di controlli a cui siamo sottoposti più o meno consapevolmente. Tutt’altra cosa rispetto ad un innocente software per l’assistenza durante i viaggi che ho sicuramente scaricato volontariamente, anche se non ricordo assolutamente quando, senza nessuna pressione da parte di chicchessia. Al massimo me lo avrai consigliato tu che sei sempre in giro per il mondo.

 E adesso, che faccio? Sono ormai sceso dal treno, nei sotterranei illuminati a giorno dai neon, senza pensarci più di tanto sto imboccando una delle scale mobili che mi porteranno di sopra, immerso nei pensieri, isolato dalla folla che mi circonda da ogni parte, armata di valigie e borsoni vari. Davanti a me si apre la prospettiva di quasi quattro ore da passare in aeroporto, prima che il mio volo finalmente decolli. Ed ho fatto già anche il web check-in! Se è vero che le distanze si riducono drasticamente in volo, è altrettanto vero che i tempi di attesa contribuiscono pesantemente a livellare il rapporto tra aerei, treni, eccetera. Anche se, tutto sommato, un aeroporto è sempre un luogo interessante, basta anche solo osservare la gente che va e che viene, il traffico sulle taxiways, i decolli e gli atterraggi dalla sala d’aspetto, l’orchestra di suoni e rumori prodotta dalle voci diffuse dagli altoparlanti e dal brusìo delle persone. Una serie apparentemente interminabile di pianerottoli mi separa dall’ingresso vero e proprio: una specie di oasi verticale semideserta che si sviluppa rampa dopo rampa, spoglia, con l’aria di essere ancora in costruzione se non fosse per l’ostinata e fredda pulizia degli ambienti che ne fa quasi un’asettica allucinazione onirica illuminata a giorno da bianche luci che creano un contrasto immediato - probabilmente voluto da qualche architetto? – con gli estintori rossi appesi alle pareti, unico elemento d’arredo a quanto pare.
Ed infatti il contatto improvviso con il rumore e la folla che popola l’atrio in cima a quelle scale mobili è sempre notevole: d’un tratto una forza prepotente mi costringe ad uscire forzatamente dai miei pensieri ed a prestare attenzione allo spettacolo che mi si prospetta davanti: la fila interminabile degli sportelli delle varie compagnie aeree, ciascuna con la sua fila di viaggiatori in attesa, i cancelli dei gates, i differenti fast food e bar, i cumuli di bagagli sparsi disordinatamente, ciascuno presidiato dal gruppetto di proprietari, le voci che ripetono in due lingue gli annunci dagli altoparlanti ed infine, quello che sto cercando io, i pannelli automatici dove sono segnalati arrivi e, cosa nel mio caso più importante, partenze. Cerco una conferma dell’orario di partenza del mio volo e puntualmente la trovo. Chissà perché ogni volta che succede, spero sempre che ci sia stato un errore e partirò puntuale… Il che non avviene, ovviamente. Niente da fare: partirò effettivamente con un’ora e mezzo di ritardo, Blackberry aveva ragione un’altra volta, il maledetto. Mi guardo intorno cercando un posto dove prendere un caffè e ne scelgo uno a qualche decina di metri da me, sulla destra, il meno affollato e poco importa che lo sia magari perché è quello che offre i prodotti meno freschi; detesto fare la fila ed alla fine, a me un caffè interessa, non un pranzo completo. Mentre mi avvio in quella direzione l’occhio mi cade su delle orribili piante in plastica che sembrano uscite da un bruttissimo film di fantascienza di quarant’anni fa; chi le ha volute lì avrà pensato ad un motivo decorativo, anche se mi domando quale senza riuscire a trovare una risposta valida. La tentazione di ricorrere nuovamente ai servigi del mio smartphone è troppa: ecco scattata la prima fotografia… ed eccola caricata sulla mia pagina facebook con un commento sarcastico che so già provocherà praticamente all’istante un’ondata di risposte divertite da parte dei miei amici. Grande invenzione Facebook… A te non piaceva, non è mai piaciuto, nemmeno adesso che non stiamo più insieme ci vieni, se non ogni tanto, forse non sai nemmeno tu perché, visto che hai al massimo quattro o cinque contatti. Eppure sei una donna che vive di comunicazione, come non accorgerti del potenziale di uno strumento del genere? Ecco i primi commenti, giusto in tempo per strapparmi di nuovo ai miei pensieri, per quanto sappia benissimo che si tratta soltanto di una tregua e al più presto torneranno a tormentarmi. Solo smiles, che nemmeno gli antichi Egizi, ai tempi delle piramidi, sbrodolavano una tale quantità di geroglifici. Neppure un “Dove cazzo vai?”. E che è, non si vede che è un aeroporto?

 Devo sembrare assolutamente del posto, il cameriere al bancone non ha avuto la minima esitazione nel rivolgersi a me nella nostra lingua, prima ancora che avessi potuto aprire bocca dopo essermi finalmente avvicinato. In ogni caso il caffè ora è davanti a me, accompagnato da un bicchiere monouso di acqua naturale. Nell’attesa che aprano il gate decido di dare un’occhiata ai libri che porterò con me in questo breve viaggio. Ho quasi l’impressione che anche loro guardino me sorridendomi. Sono uno più bello dell’altro, già dal profumo della carta me ne accorgo, poi li apro, inizio a sfogliarli, li assaggio e me ne innamoro subito un’altra volta, l’ennesima da quando li ho visti lì sullo scaffale di quella libreria e li ho comprati tempo addietro. Erano lì, mi chiamavano: “Hey, siamo qui, non puoi non portarci via con te, che aspetti? Hey, dico a te laggiù, con il cappotto scuro!”. Magia dei libri. Quasi contemporaneamente estraggo dalla tasca della giacca il quadernetto nero che ho sempre con me, quello in cui mi appunto impressioni, frasi, spunti da utilizzare, note su persone e luoghi. Tutto ciò che temo di poter dimenticare insomma. Tra poco dovrò anche ricordarmi di mandare alcuni sms, ma ci penserò tra un attimo, appena avrò terminato il mio caffè, magari appena prima di mettermi in viaggio. Cerco anche la penna, ho voglia di scrivere adesso, circondato da miei libri. Vedermeli intorno mi fa spesso questo effetto. E poi voglio iniziare a lavorare al più presto, buttar giù qualche idea mi potrà fare solo bene.

 “Giocare. Giocare ad occhi chiusi, come a spasso senza meta in qualche punto dell’universo che può essere nella cucina di casa o alle porte di Sirio, che differenza c’è? I bambini lo sanno. I bambini giocano sul serio, anzi, giocano seriamente: il segreto é tutto qui. Loro mica fanno finta di giocare. E lo sa Peter Pan, "l'eterno bambino che é in noi": per questo continua a volare senza dar retta a Wendy che vorrebbe trattenerlo, e ci va lo stesso sull'isola che non c'è, anche se non c'è. Perché, come tutti i bambini che giocano per davvero, ha capito che il gioco è un trucco per conservarsi, è una formula magica affinché la vita non si prenda gioco di te, ma ti permetta di giocare con lei.
Che oggi possiamo metterci a giocare pare una cosa impensabile. Che lo possano fare i "grandi" poi, pare addirittura impossibile. E questo perché gioco e serietà sono messi l’uno contro l'altra, sono considerati come due modi di vedere, prendere, vivere la vita, uno da piccoli e uno da grandi; sono offerti come due ricette, una per adulti e una per bambini, quella che fa bene agli uni fa male agli altri e viceversa. E anche nel linguaggio che usiamo, nelle parole che scegliamo, questa separazione la sottolineiamo di continuo, e magari lo facciamo senza rendercene neppure conto: la leggerezza del riso e il peso della serietà, il riso è giovane e la serietà è vecchia. E come in un cammino preordinato, dall'infanzia alla maturità, ecco che a un certo punto, inesorabilmente, viene il tempo della riflessione. E Peter Pan si nasconde, si addormenta o tutt'al più, nei soggetti serio-resistenti si adatta ad una vita clandestina. E così... fine del riso, fine dello slancio, fine del gioco.
Ma i bambini giocano sul serio, anzi, giocano seriamente: il segreto è tutto qui. Ridono, ma non lo fanno per scherzo; magari lo fanno per divertirsi, ma lo fanno sul serio.
Per chi sa giocare, ridere e immaginare, non c'è Wendy che tenga, non c'è Wendy che trattenga!
Poi inevitabilmente succede che cresciamo, che diventiamo "grandi" nostro malgrado; capita perché il tempo passa, accade perché "così fan tutti", ma non è scritto nelle cellule che dobbiamo essere per questo anche noiosi o annoiati, non è scritto all'anagrafe che siamo giovani, vecchi, felici o tristi... Nel crescere ci è data la possibilità di conservarci capaci di giocare seriamente, di superaree lo scarto tra realtà e fantasia, senza restare bambini ma senza diventare nemmeno vecchi".


 E' vero, rifletto. Ognuno ha l'età che si sente dentro. Il fatto è che per sentirla, dentro o fuori che sia, occorre saper ascoltare. Come vorrei che ce ne ricordassimo più spesso, a volte sembra così difficile mentre invece basta farlo con leggerezza, come un riso a fil di cuore. E ci sentiamo stupidi, e sappiamo che non lo siamo, ma ci sentiamo così lo stesso.

 "Ho fatto così per anni. Dozzine di quadernetti fitti di note, osservazioni, spunti, riflessioni. Tutto rigorosamente archiviato e numerato in ordine di data. I miei quaderni sono una parte importante di me, forse la parte più vera, quella che non ha subìto alcuna revisione, quella libera perché appena nata. Se vuoi conoscermi dovrai farlo attraverso di loro; solo in questo modo potrai capirmi temo, capirmi sul serio intendo, e non semplicemente prendere atto del mio alter ego didascalico. Quello è lì per tutti. Toccarmi intimamente potrebbe rivelarsi molto più complicato di quanto non appaia normalmente al primo contatto”.

 Rileggo ciò che ho appena scritto: mi piace, forse ho trovato lo spunto giusto per un probabile inizio. Di cosa? Ancora non so. Quello che so è che Il resto verrà da sé, poco alla volta, come una serie di flash che illuminino una stanza, non tutta insieme, poco alla volta, un angolo qui, uno lì, fino al momento in cui tutto ti appare chiaro e sei in grado di orientarti. E, soprattutto, di descrivere la stanza, ovviamente. Ma con calma. Prima devo arrivare a destinazione e riordinare tutto il materiale che avrò raccolto.

Take off.

 “Fasten seat belt, please”. Allacciate le cinture di sicurezza. E chissà perché in inglese usano il singolare “seat belt” e in italiano traducono “cinture” al plurale. Adoro quell'attimo. Il carrello che, dopo la passeggiata del rullaggio, la sosta sulla soglia pista in attesa della clearance e la corsa folle, come lanciati da una fionda, con il sibilo delle turbine che si fa sempre più assordante ed ossessivo, si stacca finalmente da terra. Quel senso di vuoto allo stomaco che alla prima virata sul percorso della SID diventa assenza di peso, apparente immobilità, mentre tu invece sei lanciato a quasi quattrocento chilometri l'ora, con un angolo di salita di cinquecento metri al secondo. Fantastico. E se ti ritrovi ad occhi chiusi non è per la paura, no: è che ti senti libero, libero sul serio e questa cosa te la vuoi godere. Godere proprio. In lunghissimi istanti di felicità assoluta, infantile. Senza distrazioni.

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