Incipit
Cielo
azzurro, qualche nuvola all'orizzonte, il sole che sta già
tramontando, una distesa immensa sotto di sé ed in lontananza,
laggiù, il paese, quasi un miraggio, una strana visione nirica
persa nella luce del primo tramonto, obliqua, metallica e calda come
ferro arroventato fino alla trasparenza, traslucido. Si sentiva
veramente in uno stato di sospensione dal tempo e dallo spazio mentre
si perdeva nella contemplazione del paesaggio ed i pensieri,
incontrollabili, fuggivano via da sé senza poter esercitare alcun
controllo su di essi, senza tregua…
Quanti
ricordi racchiusi in quell'angolo di mondo, quello stesso che per
lungo tempo gli era sembrato un paradiso fuori del tempo e che invece
adesso era diventato tutto un tratto spaventosamente indifferente.
Ma l'indifferenza lui se la portava dentro, lo aveva sempre fatto ed
avrebbe empre continuato a farlo; lo sapeva benissimo: si conosceva
abbastanza. Una volta non era stato così, poi qualcosa in lui era
morto, anzi si era spezzato. Si voltò di scatto sentendosi osservato
ma dietro di lui non c'era nessuno, la torre era deserta, nessun
turista a quell'ora e con quel freddo, era sicuramente l'unico lassù;
eppure quella sensazione la conosceva bene: la sensazione di vivere
quasi una doppia vita, con un alter ego sempre presente al suo fianco
che lo osservava e lo giudicava perennemente, senza un attimo di
tregua, catalogando visi sensazioni e fatti per riporli chissà dove
nelle profondità della sua mente e farli venir fuori poi, in altri
momenti, in altri tempi, a tormentarlo ed angosciarlo.
Era
un essere cinico, freddo e spietato il suo Osservatore, forse era
anche il responsabile di tutto quello che era successo ed era sempre
lì, invincibile ed invitto, senza che nessuno potesse farci nulla, a
distruggere e sezionare ogni sentimento per scoprire ogni traccia di
falsità e di ipocrisia, ma sciupando irreparabilmente tutto ciò
che toccava. Non c'era nessuno nemmeno per le viuzze del paese a
quell'ora ed avrebbe potuto credere di essere capitato chissà come
in un altro tempo se non fosse stato per le macchine parcheggiate
nei posti più impensati - ma come facevano ad arrivare fin lì?! -
e per il vociare di un televisore acceso da qualche parte a volume
assordante. Scendeva lentamente, attento a non scivolare, lungo
l'acciottolato antichissimo rimasto immutato da secoli, facendo
attenzione a mettere i piedi nelle scanalature trasversali che una
volta servivano ad evitare che i carri lasciati in sosta potessero
scivolare ferendo il cavallo attaccato davanti, per non cadere.
Continuava a scendere e non si rendeva conto che il cielo si faceva
sempre più cupo e grosse nuvole si addensavano sopra di lui
anticipando di qualche ora il calare della notte; se ne rese conto
solo quando si accorse di essere completamente bagnato di pioggia e
la macchina era ancora lontana, laggiù da qualche parte, in piazza.
Non pioveva forte: era piuttosto una finissima polvere d'acqua che
entrava fin nelle ossa e che gli avrebbe provocato un altro attacco
di quella fastidiosissima sinusite cui era soggetto da anni; il
cappello gli aveva impedito di rendersi conto della situazione ma
non gli avrebbe impedito forti dolori di testa una volta tornato a
casa, anche se si fosse messo ad asciugare davanti al camino acceso.
Per un momento dimenticò i suoi problemi, le sue angosce; la
pioggia aumentava di intensità, implacabilmente, e lui si mise quasi
a correre per quanto permettessero le condizioni di quella stradina
diventata scivolosa come il ghiaccio, coperta ormai da una patina di
viscida fanghiglia nera; pochi minuti dopo entrava in macchina
imprecando sottovoce al pensiero della tappezzeria dei sedili che
si sarebbe bagnata ed al lavaggio che aveva fatto eseguire giusto
quella mattina, mise in moto e si allontanò rapidamente in direzione
della strada principale che lo avrebbe portato dritto dritto fino a
casa, al caldo. La mattina dopo un sole quasi primaverile lo svegliò
entrando attraverso le maglie della finestra. Mentre si stiracchiava
lo colpì un persistente, ossessionante pensiero, ma non riusciva a
capire cosa fosse.
Riaprì
lentamente gli occhi riprendendosi di colpo: quasi non riusciva a
respirare, si guardò allo specchio, come ogni mattina sembrava
sconvolto, come se durante la notte avesse combattuto chissà quali
battaglie o si fosse trovato all'improvviso ad affrontare tutti i
suoi fantasmi senza alcuna speranza di successo, ma non ricordava
mai nulla purtroppo - o per fortuna? - dei sogni che faceva, o forse
sì, li ricordava inconsciamente e li traportava nei suoi romanzi ed
ecco svelato il segreto della sua magica ispirazione, croce e delizia
rispettivamente della critica e del suo pubblico, si infilò sotto la
doccia aprendo il rubinetto e provò un brivido di soddisfazione
all'idea che nessuno poteva vederlo in quel momento; ma
l'Osservatore era sempre lì in agguato, non gli dava un attimo di
tregua.
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